C’ERA UNA VOLTA L’INFLAZIONE – Mauro Eusebio

C’ERA UNA VOLTA L’INFLAZIONE

Chi, come me, è cresciuto negli anni ’70 ha vissuto l’inflazione così come oggi si vive lo spread. inflazione2Non c’era telegiornale che non ne parlasse e, nell’immaginario collettivo, qualsiasi cosa negativa accadesse era legata alla svalutazione del denaro.

Per chi non se lo ricorda, l’inflazione è l’aumento generalizzato dei prezzi e comporta una diminuzione del potere d’acquisto. In pratica, se  un appartamento costava 100.000 euro con il tasso d’inflazione al 20% dopo 1 anno ci volevano 120.000 euro per comprarlo. Insomma, il valore del denaro diminuisce mentre aumenta quello dei beni reali come gli immobili o l’oro che automaticamente si incrementano del tasso inflattivo.

Anno  Inflazione
1970      5,00%
1971     4,70% 
1972      8,10% 
1973  13,20%
1974  24,10% 
1975  11,00% 
1976 20,90% 
1977 13,50% 
1978 12,60% 
1979  20,60% 
1980  18,30% 
1981 17,60% 
1982  16,20% 
1983  12,30% 
1984   9,30% 
1985  8,00% 
1986  4,20% 
1987 5,20% 
1988  5,50% 
1989  6,60% 
1990 6,50%

Per esempio, nel decennio 1973-1983 dove l’inflazione è sempre stata in doppia cifra (arrivando al picco del 24% nel 1974 con la crisi petrolifera e le domeniche a casa) , i redditi da lavoro dipendente si sarebbero azzerati in 5 anni se nel 1975 non fosse stata introdotta la c.d. scala mobile che recuperava l’inflazione (abrogata poi successivamente).

Ma se porta conseguenze tanto devastanti perché oggi non siamo contenti che sia così bassa (2-3%) e se ne invoca il ritorno?

Perché il fenomeno opposto, la c.d. deflazione,  ossia la diminuzione del livello generale dei prezzi, è  altrettanto negativa. Infatti, i prezzi diminuiscono soprattutto  per la poca richiesta di beni e servizi che in periodi di crisi vengono il più possibile posticipati. Quante persone che conoscete vi hanno detto di dover cambiare l’automobile ma questo non è il momento? E quante aziende evitano di assumere o di far investimenti perché sono incerte sul futuro?

In pratica, meno si acquista e più le imprese sono costrette ad abbassare i prezzi che si  ripercuotono  su un calo dei ricavi. A questo punto le aziende devono agire sulla riduzione dei costi, sia per l’acquisto di beni e servizi da altre imprese, sia per la forza lavoro.

Insomma, un tasso inflattivo non esagerato ma contenuto è sinonimo di un’economia in salute.

Contrariamente a quello che si può pensare, in molti casi non è un problema di mancanza di denaro ma piuttosto di mancanza di circolazione dello stesso che rimane depositato in attesa di vedere quello che succede.

Se infatti andiamo a vedere i dati delle aziende americane scopriamo che non hanno mai avuto così tanta liquidità come in questo periodo ma preferiscono tenere questi soldi praticamente infruttiferi piuttosto che investirli nel business. Lo stesso Keynes asseriva che oltre una certa soglia il risparmio è distruttivo perché porta ad una diminuzione della produzione e dell’occupazione. e si favorisce solo la speculazione e non gli investimenti.

La buona notizia però è che questo grande stock di denaro c’è e, nel momento in cui si recupererà fiducia e ci saranno le condizioni adatte, potrebbe essere riversato in grande quantità nell’economia mondiale. Ciò porterebbe perciò un boom di investimenti e di nuove imprese che a loro volta potrebbero generare una reazione a catena

Ci sarà un nuovo boom come la storia ci insegna?

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