Come rischiamo di condizionare i nostri collaboratori: l’effetto pigmalione – Mauro Eusebio

Come rischiamo di condizionare i nostri collaboratori: l’effetto pigmalione

Noi esseri umani, per facilitarci le cose, siamo portati a generalizzare. Così tendiamo a farci un’idea delle persone con cui interagiamo, idea che i nostri interlocutori percepiscono e che può condizionare i loro pensieri ed i loro comportamenti.

Oggi vi parlerò dell’effetto Pigmalione e successivamente dell’effetto Alone e della pericolosa combinazione dei 2.

Secondo la mitologia greca, Pigmalione re di Cipro, non riusciva a trovare una donna di cui innamorarsi. Poiché era anche un’abile scultore, decise allora di modellare una statua, che chiamò Galatea, a immagine del suo ideale di donna; l’opera gli riuscì così bene che se ne innamorò perdutamente, tanto da trascorrere le giornate ad aspettare che prendesse vita. Venere, impietosita dalle preghiere di Pigmalione, trasformò la statua in una donna in carne e ossa e i due poterono così sposarsi.

L’effetto Pigmalione, conosciuto anche con il nome di profezia autoavverante, è una forma di suggestione psicologica per cui tendiamo a conformarci all’immagine che gli altri hanno di noi, sia essa un’immagine positiva che negativa.

Il primo a parlarne è stato, Robert Rosenthal (professore di Psicologia Sociale ad Harvard) che nel 1965 condusse un esperimento sottoponendo un gruppo di alunni di una scuola elementare californiana a un  test di intelligenza. Successivamente, in modo casuale e senza assolutamente prendere in considerazione l’esito del test, segnalò agli insegnanti alcuni bambini che avevano avuto i punteggi superiori.

Dopo un anno, si riscontrò che i bambini selezionati, seppur scelti casualmente, avevano confermato in pieno le previsioni migliorando notevolmente il proprio rendimento scolastico fino a divenire i migliori della classe.

In poche parole, Rosenthal dimostrò che le aspettative positive degli insegnanti nei confronti degli alunni che ritenevano più dotati, avevano portato questi ultimi a sviluppare una maggiore passione e interesse per gli studi.

Quando, da parte delle persone nelle quali crediamo, percepiamo una fiducia cieca nelle nostre capacità di raggiungere l’obiettivo prefissato, spesso tendiamo a raggiungerlo veramente.

Ecco perché l’effetto Pigmalione o effetto Rosenthal,  può manifestarsi non solamente nell’ambito scolastico, ma anche in quello lavorativo.

Se ci pensiamo bene, nel rapporto con i nostri collaboratori, la fiducia che abbiamo nelle loro capacità è una parte importantissima in quella che può essere la performance finale.

Infatti gli adulti, così come i bambini, percepiscono le aspettative che abbiamo verso di loro e tendono ad uniformarsi in base ad un percorso lineare che l’iconografica a fianco illustra in modo semplice. La fiducia è al centro di un processo con cui possiamo potenziare o depotenziare le capacità dei nostri collaboratori ed il loro rendimento.

Ma attenzione che la consapevolezza di questo meccanismo non ci mette al riparo da errori poiché non è facile sottrarsi a queste dinamiche e anzi direi che è impossibile non trasmettere quello che veramente pensiamo.

Dobbiamo allora andare all’origine del processo, ossia avere le giuste aspettative in relazione alla specifica situazione e senza farci condizionare dall’idea generale che abbiamo del nostro collaboratore.

A tale scopo, un’oggettiva analisi delle competenze e soprattutto del  percorso fatto finora (storia professionale)  rappresentano il migliore alleato che possiamo avere nel trasmettere le corrette aspettative.

In sintesi, l’effetto Pigmalione poiché si basa sul grado di fiducia in sé stessi può contribuire in modo positivo o negativo nella crescita di coloro con i quali interagiamo. Questo vale tanto per i nostri figli quanto per i nostri collaboratori.

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